Questo è il momento esatto in cui dovresti bloccare una persona su WhatsApp, secondo la psicologia

Parliamoci chiaro: tutti abbiamo quel contatto su WhatsApp che ci fa venire l’ansia solo a vedere il nome nella lista chat. Magari è l’ex che ti manda “ciao” alle 2 di notte dopo mesi di silenzio. O quella persona che trasforma ogni conversazione in un interrogatorio della polizia. O peggio, qualcuno che ti bombarda di messaggi anche quando hai chiaramente fatto capire che non hai voglia di parlare. E ogni volta ti ritrovi con il dito sospeso sopra quel pulsante “Blocca contatto”, chiedendoti se stai per fare la cosa giusta o se sei solo drammatico. Spoiler: probabilmente stai per fare la cosa giusta. E la psicologia ha parecchio da dire sul perché quel gesto, che sembra così drastico, potrebbe essere esattamente quello che il tuo cervello stressato sta disperatamente implorando.

Quando lo smartphone diventa una gabbia emotiva

Prima che esistessero WhatsApp, Instagram e tutte queste piattaforme che ci tengono perennemente connessi, chiudere una relazione significava davvero chiuderla. Fine della storia. Non sapevi se quella persona stava bene o male, se era online alle tre del mattino, se aveva cambiato la foto profilo mettendone una dove sembrava particolarmente felice proprio per farti rodere.

Oggi invece siamo bloccati in questo bizzarro limbo digitale dove tecnicamente non parliamo più con qualcuno, ma possiamo comunque ossessionarci su ogni minimo dettaglio della loro vita online. Gli psicologi hanno un nome per questo inferno: “contatto ambiguo”. È quella situazione in cui non sei più in una relazione, ma non sei nemmeno davvero libero. E il tuo cervello si trova a processare continuamente informazioni su qualcuno che dovrebbe essere ormai parte del passato.

Secondo ricerche condotte su ex-partner e social media, mantenere questo tipo di monitoraggio passivo prolunga significativamente la sofferenza emotiva e rallenta il processo di guarigione dopo una rottura. È come cercare di far guarire una ferita continuando a togliere la crosta: tecnicamente possibile, ma dannatamente doloroso e controproducente.

Il tuo corpo sa quando è troppo (anche se la tua testa fa finta di niente)

Ecco una cosa affascinante: il tuo corpo è molto più onesto della tua mente quando si tratta di capire chi ti fa stare male. Se ogni volta che ricevi una notifica da una persona specifica senti lo stomaco che si stringe, il cuore che accelera, o ti viene improvvisamente voglia di lanciare il telefono dalla finestra, il tuo sistema nervoso ti sta mandando un messaggio in codice morse che significa: “QUESTA PERSONA È UNA MINACCIA PER LA TUA PACE MENTALE”.

Non è esagerazione. Studi sull’ansia da notifiche hanno dimostrato che gli stimoli digitali associati a fonti di stress attivano nel corpo risposte fisiologiche identiche a quelle che attiviamo di fronte a minacce reali. Parliamo di aumento del cortisolo, il famoso ormone dello stress, che il tuo corpo rilascia sia se ti sta inseguendo un orso sia se hai appena visto “sta scrivendo…” da parte di quella persona.

La psicologia somatica, che studia come il corpo registra le emozioni, ci dice che queste reazioni fisiche arrivano prima del pensiero razionale. Quando senti quella stretta allo stomaco, non è il tuo corpo che esagera: è il tuo sistema di allarme interno che funziona perfettamente e ti sta dicendo “ehi, questa cosa non va bene”.

Quando controllare diventa più importante di vivere

Sveliamoci un attimo: hai mai fatto questa cosa? Ti svegli nel cuore della notte, magari devi andare in bagno, e invece di tornare semplicemente a dormire apri WhatsApp per controllare se quella persona è online. O durante una cena con gli amici, mentre tutti ridono e si divertono, tu stai cercando di capire se ha aggiornato lo stato o cambiato la foto profilo.

Benvenuto nel meraviglioso mondo del monitoraggio digitale compulsivo. Sì, ha un nome ufficiale, perché è un comportamento studiato e riconosciuto. Funziona esattamente come un disturbo ossessivo-compulsivo: fai una cosa (controllare) che temporaneamente allevia l’ansia, ma che in realtà la alimenta rendendola sempre più forte.

Ricerche sul cyberstalking e sui comportamenti ossessivi online hanno confermato che monitorare compulsivamente ex-partner sui social media è associato a livelli più alti di angoscia psicologica e crea pattern simili alle dipendenze. Il tuo cervello inizia a trattare quelle informazioni come una droga: ne hai bisogno, ti danno una scarica temporanea, ma poi stai peggio di prima. E interpreti tutto come messaggi cifrati diretti a te. Ha messo una canzone triste nello stato? È chiaramente per te. Ha messo una foto dove ride? Ovviamente sta fingendo di stare bene per farti sentire in colpa. Questo loop mentale ti consuma energia emotiva che potresti usare per, tipo, vivere la tua vita.

Quando i messaggi diventano stalking versione lite

Mettiamo le cose in chiaro: se hai detto a qualcuno “per favore non scrivermi più” e quella persona continua imperterrita a mandarti messaggi, non stai esagerando se vuoi bloccarla. Anzi, stai sottovalutando la gravità della situazione.

Quello che sta succedendo ha un nome tecnico: “comportamento intrusivo digitale”. E include una serie di pattern che gli esperti di molestie digitali post-rottura hanno identificato come forme di controllo coercitivo. Parliamo di messaggi continui nonostante l’assenza di risposta, messaggi a orari assurdi (le tre di notte è un classico), richieste ossessive di spiegazioni su perché non rispondi, o il famoso ciclo “ti amo / sei un mostro” nel giro di tre messaggi.

Questa roba non è normale comunicazione. È manipolazione bella e buona. E se stai pensando “ma forse è solo confuso” o “magari sta solo soffrendo”, ricordati che la sofferenza di qualcun altro non ti obbliga a subire comportamenti che violano i tuoi confini. Non sei il terapeuta di nessuno, e non devi sacrificare la tua salute mentale sull’altare della compassione.

Il paradosso: quando blocchi qualcuno per proteggerti da te stesso

Okay, questa è la parte dove diventa interessante. A volte non blocchiamo qualcuno perché è una persona terribile, ma perché noi diventiamo versioni terribili di noi stessi quando abbiamo la possibilità di contattarla.

Pensa all’ex tossico. Quello con cui la relazione era oggettivamente un disastro, dove piangevi più spesso di quanto ridessi, dove ogni settimana ti promettevi “basta, questa è l’ultima volta”. Razionalmente sai che non dovresti ricontattarlo. Ma poi arriva quella sera in cui ti senti solo, magari hai bevuto quel bicchiere di troppo, e le tue dita iniziano pericolosamente a digitare un messaggio che il te del giorno dopo maledirà.

Qual è la tua reazione automatica ai messaggi stressanti su WhatsApp?
Ignoro
Blocco subito
Rispondo con calma
Ansia crescente
Cancello l'app

Il blocco in questi casi funziona come quello che gli psicologi chiamano “autoregolazione proattiva”: metti in atto una strategia preventiva per proteggere il te del futuro dalle decisioni discutibili del te del presente. È come quando togli il gelato dal freezer prima di iniziare la dieta: non è che non ti fidi del gelato, non ti fidi di te stesso davanti al gelato. Studi sulle dipendenze comportamentali digitali supportano l’uso di barriere come il blocco per interrompere cicli di ricaduta in relazioni che fanno male. Non è vigliaccheria. È intelligenza emotiva applicata.

Ma quindi, quando esattamente dovresti premere quel pulsante?

Ecco la risposta onesta che probabilmente non volevi sentire: non esiste un momento universale perfetto uguale per tutti. Quello che esiste è una serie di segnali rossi lampeggianti che, se li riconosci nella tua situazione, ti stanno urlando “BLOCCA ADESSO”.

Il blocco è giustificato quando una persona continua a mandarti messaggi invadenti dopo che hai chiaramente chiesto di fermarsi. È giustificato quando senti reazioni fisiche di stress ogni volta che quella persona ti contatta. È giustificato quando ti ritrovi a controllare compulsivamente il suo profilo invece di vivere la tua vita. È giustificato quando sai che mantenere quel contatto ti impedisce di andare avanti emotivamente.

Psicologi che lavorano con persone in uscita da relazioni tossiche parlano di un test molto semplice: se mantenere quel contatto costa più energia di quanta ne dia, è ora di tagliare. Se ogni interazione con quella persona ti lascia svuotato, ansioso, arrabbiato o triste, non stai preservando una connessione: stai alimentando un parassita emotivo.

Bloccare non è cattiveria, è un confine con le pareti molto alte

C’è questa narrativa culturale secondo cui bloccare qualcuno è un atto di cattiveria o immaturità. “Ma come, non sai affrontare i problemi?” “Sei così drammatico!” “Bloccare è da codardi!” No. Sapete cosa è da codardi? Pretendere che qualcuno mantenga aperta una porta di accesso alla propria vita emotiva anche quando quella porta viene usata per entrare e fare danni.

Tu non devi nulla a nessuno in termini di accessibilità digitale. Zero. Niente. Nada. Non importa quanta storia abbiate, non importa quanto quella persona stia soffrendo, non importa se “è sempre stato lì per te”. Se ora quella presenza nella tua vita digitale è fonte di malessere, hai tutto il diritto di chiudere quella porta.

Pensa a questa analogia: se qualcuno si presentasse fisicamente alla tua porta ogni giorno nonostante tu gli abbia detto di non farlo, lo considereresti molestia e probabilmente chiameresti qualcuno. Il blocco digitale è semplicemente la versione online di chiudere la porta e non aprire più. Non c’è nulla di immaturo o cattivo in questo.

Cosa succede dopo che hai premuto il pulsante

Okay, l’hai fatto. Hai bloccato quella persona. E ora? Beh, preparati a un rollercoaster emotivo in tre atti.

Atto primo: sollievo immediato mescolato a senso di colpa devastante. “Ho esagerato?” “Sono una persona cattiva?” “E se avessi potuto gestirlo diversamente?” Questo è normale. Stai rompendo un pattern relazionale, anche se dannoso, e il cervello umano è programmato per preferire la familiarità al cambiamento, anche quando quel cambiamento è positivo.

Atto secondo: dopo alcuni giorni o settimane, inizia ad arrivare una sensazione crescente di libertà. Non devi più controllare. Non devi più interpretare silenzi. Non devi più gestire l’ansia di vedere quella persona online. Molte persone descrivono questa fase come “togliersi un macigno dallo stomaco”. Neuroimaging studies mostrano che ridurre l’esposizione a trigger stressanti digitali abbassa effettivamente l’attività dell’amigdala, la parte del cervello che gestisce le risposte di paura e stress.

Atto terzo: integrazione. Il blocco diventa semplicemente parte della tua nuova normalità. Non ci pensi più ossessivamente. Hai recuperato tutta quell’energia emotiva che quella relazione consumava e puoi finalmente investirla in cose che ti fanno stare bene. Studi longitudinali sul recupero post-rottura mostrano che tagliare i legami digitali accelera significativamente il processo di distacco emotivo.

Il verdetto finale del tuo benessere

Allora, ricapitoliamo: quando è il momento di bloccare qualcuno su WhatsApp? Quando il tuo corpo ti manda segnali di stress ogni volta che quella persona ti contatta. Quando ti ritrovi a controllare ossessivamente la sua attività online invece di vivere la tua vita. Quando continua a mandarti messaggi dopo che hai chiarito che vuoi essere lasciato in pace. Quando sai che mantenere quel contatto ti impedisce di guarire emotivamente.

Ma soprattutto, è il momento di bloccare quando realizzi che quella connessione digitale sta consumando più energia di quanta te ne dia. Quando il costo emotivo di mantenere quel contatto supera qualsiasi beneficio reale o immaginario.

Se leggendo questo articolo ti è venuta in mente una persona specifica, se hai sentito una stretta allo stomaco riconoscendoti in alcune di queste dinamiche, probabilmente hai già la tua risposta. Il tuo cervello e il tuo corpo stanno già cercando di dirti qualcosa. Forse è ora di ascoltarli.

Il tuo smartphone dovrebbe essere uno strumento che migliora la tua vita, non una fonte costante di ansia. E se una persona, attraverso quello schermo, continua a danneggiare il tuo benessere nonostante tutti i tuoi tentativi di stabilire confini, hai non solo il diritto ma anche la responsabilità verso te stesso di premere quel pulsante. Bloccare qualcuno non ti rende cattivo, debole o immaturo. Ti rende una persona che ha capito che la salute mentale non è negoziabile e che proteggere la propria pace emotiva non è egoismo, è sopravvivenza.

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