Parliamoci chiaro: nessuno inizia un lavoro pensando “fantastico, qui troverò la persona con cui rovinare il mio matrimonio”. Eppure, se diamo retta ai numeri, l’ufficio è un terreno decisamente fertile per questo tipo di situazioni. E no, non stiamo parlando del classico stereotipo del capo che si innamora della segretaria come nei film degli anni Ottanta. La realtà è molto più complessa, molto più comune, e incredibilmente più interessante di quanto pensi.
Secondo i dati analizzati dall’Institute for Family Studies, circa il 31% degli uomini tradiscono con una collega e il sedici percento delle donne che hanno ammesso un tradimento extraconiugale lo hanno fatto con qualcuno del lavoro. In Italia, un’indagine Durex del 2011 su millecinquecento persone ha scoperto che il trentaquattro percento degli italiani ha tradito proprio con qualcuno dell’ufficio. Il Censis nel 2019 ha confermato questa tendenza, con percentuali che oscillano tra il venti e il trenta percento.
Ma cosa ci dice tutto questo sulla persona che sceglie di intraprendere una relazione extraconiugale proprio con chi condivide la scrivania accanto? La risposta è più articolata di un semplice “è una cattiva persona”, e coinvolge meccanismi psicologici che, onestamente, sono affascinanti quanto inquietanti.
Quando il cervello confonde la scrivania con il letto
Cominciamo dal primo grande equivoco neurologico: il tuo cervello può fare confusione tra “questa persona mi piace professionalmente” e “questa persona mi piace romanticamente”. Uno studio pubblicato su Psychological Science nel 2017 ha dimostrato che la semplice vicinanza fisica ripetuta aumenta l’attrazione percepita attraverso quello che gli esperti chiamano effetto di mera esposizione. In pratica, più vedi qualcuno, più ti sembra simpatico. Il sistema limbico, quella parte antica del cervello che gestisce le emozioni, registra la familiarità come affinità emotiva.
Ora aggiungi a questa equazione otto ore al giorno, cinque giorni a settimana, progetti condivisi, pranzi insieme, magari qualche aperitivo dopo il lavoro per “decomprimere”. Quel collega con cui hai finito la presentazione alle tre di notte, quello che ti ha coperto quando hai fatto una figuraccia con il cliente importante, quello che ride alle tue battute anche quando non sono granché – improvvisamente diventa “speciale”.
Ma qui sta il punto: questa connessione è reale, ma non è necessariamente romantica. È la teoria dell’attrazione prossimale di Zajonc del 1968 che fa il suo lavoro. Il problema sorge quando qualcuno interpreta questa vicinanza come qualcosa di più profondo di quello che è. E quando a casa la relazione attraversa una fase di routine – e quale coppia di lungo corso non la attraversa? – il contrasto diventa ancora più stridente.
Il potere come droga e come scusa
Adesso le cose si fanno davvero interessanti. Una ricerca pubblicata su Psychological Science nel 2016 ha rilevato che le persone in posizioni di potere mostrano un rischio di comportamenti infedeli maggiore del diciotto-venti percento rispetto a chi non occupa ruoli di leadership. E no, non è perché i dirigenti sono geneticamente predisposti al tradimento. È perché il potere fa cose strane al cervello.
Gli psicologi la chiamano “mentalità dell’invincibilità”. Quando sei abituato a prendere decisioni importanti, quando il tuo giudizio viene costantemente validato, quando i tuoi errori vengono minimizzati dai sottoposti, puoi sviluppare un senso distorto dei tuoi diritti. Alcune ricerche su potere e moralità, come quella di Lammers pubblicata su Psychological Science nel 2010, documentano come le persone in posizioni dominanti tendano a considerare le regole etiche come “linee guida flessibili” che si applicano agli altri più che a loro stessi.
Tradotto: se sei il manager che decide budget milionari, potresti iniziare a pensare che anche le regole del tuo matrimonio siano negoziabili. “Merito un po’ di felicità dopo tutto quello che faccio”, “Sono abbastanza intelligente da gestire la situazione”, “Le regole normali non si applicano a chi porta risultati come me”. Queste razionalizzazioni non sono consapevoli o ciniche – sono il risultato di un’alterata percezione dei limiti che il potere professionale può creare.
L’arte pericolosa della doppia vita mentale
E qui arriviamo a uno dei meccanismi più affascinanti e disturbanti: la compartimentalizzazione. Questo concetto, descritto negli studi su coping cognitivo di Festinger del 1957 e nelle ricerche sull’infedeltà di Glass e Wright pubblicate sul Journal of Marriage and Family nel 1992, spiega come alcune persone riescano a mantenere vite parallele senza apparente conflitto interno.
Funziona così: immagina di avere diverse versioni di te stesso, ognuna in una scatola separata. C’è il te del lavoro – competente, attraente, dinamico. C’è il te di casa – stanco, magari un po’ frustrato, quello che discute di chi deve portare fuori la spazzatura. E nella mente di chi compartimentalizza efficacemente, queste due versioni non comunicano mai. Non è ipocrisia consapevole: è un meccanismo di difesa che permette di evitare quella che gli psicologi chiamano dissonanza cognitiva, il disagio mentale che proviamo quando i nostri comportamenti contraddicono i nostri valori.
Questo meccanismo è particolarmente comune tra i workaholics, quelle persone per cui il lavoro non è solo un’occupazione ma diventa l’identità primaria. Quando la tua autostima dipende principalmente dal successo professionale, diventa più facile giustificare relazioni che nascono in quel contesto come “separate” dalla vita domestica. Non è che queste persone non amino il partner – è che hanno creato compartimenti mentali stagni dove le due realtà non si toccano mai.
Cosa rivela davvero tutto questo
Allora, cosa ci dice tutto questo sulla personalità di chi tradisce con un collega? Attenzione: qui dobbiamo essere precisi. Non stiamo parlando di sentenze definitive tipo “chi tradisce in ufficio è un narcisista patologico”. Stiamo parlando di schemi comportamentali e psicologici che potrebbero emergere, non di diagnosi.
Prima di tutto, c’è una ricerca compulsiva di validazione esterna. Un sondaggio nazionale americano del 2004 condotto da Glass e Wright ha rilevato che il settanta percento delle persone che tradiscono citano “sentirsi desiderati” come fattore chiave. Quando la tua autostima dipende principalmente dallo sguardo ammirato di qualcun altro piuttosto che da un solido senso interno di valore, sei più vulnerabile. Quel collega che ti guarda come se fossi brillante diventa una droga difficile da abbandonare, specialmente se a casa ti senti dato per scontato.
Poi ci sono difficoltà genuine nel gestire l’intimità domestica. La teoria dell’investimento di Caryl Rusbult, pubblicata sul Journal of Personality and Social Psychology nel 1980, spiega perfettamente questo meccanismo: quando la soddisfazione in una relazione è bassa, quando le alternative sembrano più attraenti, e quando gli investimenti emotivi nella coppia diminuiscono, l’impegno relazionale crolla. Il problema è che invece di comunicare apertamente con il partner e affrontare i problemi, alcune persone trovano più semplice cercare una via di fuga emotiva altrove. Non è necessariamente egoismo consapevole – è spesso incapacità di gestire conflitti e vulnerabilità.
C’è anche un bisogno cronico di eccitazione. L’ufficio offre naturalmente novità: nuovi progetti, nuove sfide, nuovi problemi da risolvere. La vita domestica, invece, tende alla routine. Studi sulle motivazioni all’infedeltà pubblicati da Atkins sul Journal of Family Psychology nel 2001 confermano che molte persone interpretano questa routine come “morte della passione” invece che come normale evoluzione dell’intimità. Il risultato? Cercano nelle relazioni extraconiugali quel brivido che manca, senza realizzare che stanno semplicemente confrontando la fase iniziale eccitante di una relazione con la fase matura di un’altra.
Infine, c’è l’autocontrollo compromesso dallo stress. Questo aspetto è spesso sottovalutato ma cruciale. Le ricerche sulla deplezione dell’ego di Baumeister pubblicate sul Journal of Personality and Social Psychology nel 1998 dimostrano che lo stress cronico erode letteralmente la capacità di prendere decisioni ponderate. Quando il tuo sistema nervoso è costantemente in modalità emergenza, le funzioni esecutive del cervello – quelle che ti permettono di valutare le conseguenze a lungo termine – funzionano a capacità ridotta. Sotto stress lavorativo intenso, siamo tutti versioni meno sagge e più impulsive di noi stessi.
Le professioni dove succede più spesso
Un’analisi del Journal of Sex Research del 2018 ha identificato alcune categorie professionali con tassi di infedeltà superiori del quindici-venticinque percento rispetto alla media: finanza, medicina, aviazione commerciale. Ma prima di iniziare a giudicare tutti i piloti e i chirurghi del mondo, capiamo perché.
Non è che queste professioni attraggano persone moralmente discutibili. È che combinano fattori di rischio specifici: orari irregolari che creano distanza fisica dal partner, stress emotivo elevato, dinamiche di potere, compensi elevati che alimentano il senso di privilegio, ambienti dove il rischio è normalizzato. I medici, per esempio, affrontano situazioni di vita o morte che creano legami emotivi intensi con colleghi. I professionisti della finanza operano in culture lavorative che celebrano l’assunzione di rischi.
Non è la professione in sé il problema – è l’ecosistema che crea. E questo è importante perché significa che il rischio non è inevitabile: dipende da come gestiamo questi fattori ambientali e da quanto siamo consapevoli delle vulnerabilità che creano.
Il pezzo che nessuno ti dice
Ecco la parte controintuitiva che la ricerca rivela: l’opportunità da sola non basta. L’Institute for Family Studies sottolinea che l’infedeltà lavorativa non è distribuita uniformemente. Si concentra in persone con specifici fattori di rischio psicologico e relazionale: bassa soddisfazione coniugale, scarsa comunicazione emotiva, alta esposizione combinata con vulnerabilità personale.
La maggioranza delle persone che lavora in ambienti pieni di colleghi attraenti, che passa lunghe ore in ufficio, che vive stress lavorativo, non tradisce. Questo dato è fondamentale perché smonta l’idea che il tradimento sia semplicemente una questione di tentazione irresistibile. Quello che fa davvero la differenza sono la qualità della comunicazione nella coppia, la capacità di mantenere confini emotivi chiari, il livello di consapevolezza dei propri bisogni emotivi, la capacità di distinguere tra ammirazione professionale e attrazione romantica autentica.
Non è l’ufficio che causa il tradimento. È come una persona gestisce la complessità emotiva delle relazioni professionali strette quando la relazione domestica è già in difficoltà. L’ambiente lavorativo diventa semplicemente il palcoscenico dove si manifestano problemi e fragilità che esistevano già.
Quindi, tornando alla domanda iniziale: cosa rivela sulla personalità chi tradisce con un collega? La risposta onesta è che rivela principalmente vulnerabilità umane comuni: il bisogno di sentirsi apprezzati, la difficoltà nel gestire la routine relazionale, la tendenza a confondere vicinanza con intimità, la capacità di razionalizzare comportamenti che contraddicono i propri valori.
Non stiamo parlando di mostri morali o di persone fondamentalmente difettose. Stiamo parlando di esseri umani che gestiscono male una combinazione di fattori: opportunità quotidiana, insoddisfazione relazionale, meccanismi di difesa psicologici come la compartimentalizzazione, stress che erode l’autocontrollo, e un ambiente che normalizza la vicinanza emotiva intensa con persone diverse dal partner.
La ricerca ci dice che una quota significativa dei tradimenti nasce sul lavoro. Ci dice che il potere aumenta il rischio, che lo stress compromette il giudizio, che la compartimentalizzazione permette convivenze mentali altrimenti impossibili. Ma ci dice anche che la maggioranza delle persone, anche esposte a tutti questi fattori, non tradisce. Cosa fa la differenza? Probabilmente una combinazione di valori profondamente interiorizzati, comunicazione autentica con il partner, consapevolezza emotiva, e quella che gli psicologi chiamano “integrità dell’identità” – la capacità di essere fondamentalmente la stessa persona in tutti i contesti della vita, invece di frammentarsi in versioni incompatibili di sé.
Il tradimento sul lavoro non è un destino inevitabile, né una condanna morale definitiva. È un fenomeno umano complesso che merita comprensione senza giustificazione, analisi senza giudizi sommari, e consapevolezza senza paranoia. Solo comprendendo le dinamiche psicologiche in gioco possiamo fare scelte più consapevoli, sia nella gestione delle nostre relazioni professionali, sia nella cura di quelle personali.
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