Facciamo un esperimento mentale. Pensa a quella persona che conosci – magari sei proprio tu – che sembra avere un radar infallibile per individuare esattamente il tipo di partner che le farà soffrire. Sai, quello che sparisce per giorni senza dare spiegazioni, che ti dice “non sono pronto per una relazione seria” ma poi ti chiama alle due di notte quando si sente solo. Oppure quella che passa dall’essere il tuo più grande fan al fantasma completo nel giro di ventiquattr’ore. Eppure, nonostante tutto, c’è qualcosa in quel caos che risulta irresistibilmente attraente.
La domanda che ti frulla in testa è sempre la stessa: ma perché diavolo continuo a cacciarmi in queste situazioni? La risposta breve? Il tuo cervello sta seguendo una mappa scritta quando avevi ancora le rotelle alla bicicletta e credevi che i Pokemon fossero reali. La risposta lunga? Beh, quella è più complicata, ma anche molto più interessante.
Il manuale delle relazioni che hai scritto senza saperlo
Partiamo dalle basi. Quando eravamo bambini, le nostre prime esperienze d’amore – quelle con mamma, papà o chi si prendeva cura di noi – hanno funzionato come una specie di corso intensivo su cosa aspettarsi dall’amore. Il problema è che nessuno ci ha chiesto se volevamo iscriverci a quel corso, e soprattutto nessuno ha controllato se gli insegnanti erano qualificati.
La teoria dell’attaccamento, sviluppata dallo psicologo John Bowlby e poi approfondita da Mary Ainsworth, ci spiega esattamente come funziona questo meccanismo. In pratica, se da piccolo hai imparato che l’affetto dei tuoi genitori era disponibile solo a intermittenza – tipo il wifi in treno – il tuo cervello ha catalogato quella modalità come “normale”. Se invece dovevi comportarti in un certo modo per meritarti l’amore, oppure se le emozioni di chi ti stava intorno erano imprevedibili come le previsioni del tempo, ecco che hai interiorizzato un modello dove l’amore è qualcosa per cui devi lottare, soffrire, conquistare.
E qui viene il bello: il tuo cervello adora la familiarità. Anche quando quella familiarità fa schifo. È lo stesso motivo per cui continui a guardare quella serie Netflix mediocre anche se non ti piace davvero – ormai ci hai investito troppo tempo e la conosci, quindi vai avanti. Con le relazioni funziona allo stesso modo, solo che le conseguenze sono leggermente più pesanti di aver sprecato otto ore davanti allo schermo.
Gli schemi che ci fregano: quando il copione è già scritto
Jeffrey Young, uno psicologo che ha passato la vita a studiare questi meccanismi, ha sviluppato una teoria sugli schemi maladattivi. In pratica, durante l’infanzia e l’adolescenza, quando i nostri bisogni emotivi non vengono soddisfatti, il cervello costruisce dei pattern – dei veri e propri copioni – che poi continuiamo a seguire da adulti. Young ha pubblicato il suo lavoro nel 2003, identificando diversi schemi che spiegano perché alcune persone sembrano avere una calamita per le relazioni disastrose.
Uno degli schemi più diffusi è quello della difettosità e vergogna. In sostanza, se cresci con la convinzione profonda di essere in qualche modo sbagliato, non abbastanza buono o fondamentalmente inadeguato, tenderai a scegliere partner che confermano questa visione. È un circolo vizioso perfetto: ti senti difettoso, scegli qualcuno che ti tratta male, e questo conferma che avevi ragione a sentirti difettoso. Geniale, vero? Peccato che sia anche dannatamente doloroso.
Poi c’è lo schema dell’abbandono e instabilità. Se da bambino hai vissuto la paura costante che le persone importanti per te potessero sparire da un momento all’altro – magari perché è successo davvero – sviluppi una sorta di radar per l’instabilità. E indovina un po’? Quel radar ti porta dritto verso persone emotivamente non disponibili. Non perché sei masochista, ma perché il tuo cervello sta cercando di confermare quello che già “sa”: che le persone alla fine se ne vanno sempre.
Il tira e molla: la danza più tossica del secolo
Parliamo di quella dinamica che probabilmente hai vissuto almeno una volta, o l’hai vista succedere a qualche amico. Uno dei due insegue disperatamente, cerca attenzioni, manda messaggi, organizza appuntamenti. L’altro scappa, prende le distanze, dice che ha bisogno di spazio. Poi, proprio quando l’inseguitore si stufa e molla tutto, boom: il fuggitivo torna indietro pieno di promesse e dichiarazioni d’amore.
Questa danza infinita funziona perfettamente quando si incontrano due stili di attaccamento complementari. Da una parte c’è la persona con attaccamento ansioso, che ha un terrore dell’abbandono e cerca costantemente rassicurazioni. Dall’altra c’è quella con attaccamento evitante, che invece ha paura dell’intimità e mantiene sempre una certa distanza emotiva. Metteteli insieme e avrete una ricetta perfetta per una relazione che sembra più una partita di ping pong emotivo che una storia d’amore.
Il bello – si fa per dire – è che nessuno dei due ottiene davvero ciò di cui ha bisogno. L’ansioso non ottiene mai la sicurezza che cerca, l’evitante non riesce mai a rilassarsi veramente. Ma entrambi confermano le proprie convinzioni più profonde su come funziona l’amore, quindi in un certo senso perverso il sistema si autoalimenta.
La sindrome del “questa volta sarà diverso”
C’è un altro meccanismo psicologico che entra in gioco, ed è probabilmente uno dei più subdoli. Una parte di noi, quella inconscia che non ha mai imparato a lasciar perdere, continua a pensare di poter “riparare” le ferite del passato attraverso le relazioni del presente. È come se il nostro cervello avesse deciso: “Ok, quella volta con papà/mamma non ha funzionato, ma adesso ho trovato una persona che gli somiglia tantissimo, e stavolta riuscirò a farmi amare davvero”.
Spoiler alert: non funziona. Stai cercando di risolvere un problema di vent’anni fa con una persona che non c’entra assolutamente nulla con quella storia. È come cercare di ricaricare l’iPhone con un caricatore Nokia del 2005: puoi provarci quanto vuoi, ma il risultato non cambierà.
Eppure continuiamo a farlo. Ricreiamo le dinamiche familiari nelle nostre relazioni adulte, scegliendo inconsciamente partner che sono programmati per darci esattamente quello che NON ci serve. Se tuo padre era emotivamente distante, magari ti ritrovi attratta da uomini freddi e sfuggenti. Se tua madre era ipercritica, forse scegli partner che ti fanno sentire mai abbastanza buono. Non perché sei stupido, ma perché stai cercando di riscrivere un finale che non ti è mai piaciuto.
L’autostima e il buco nero emotivo
Parliamoci chiaro: se cresci con un senso di te stesso fragile come un castello di carte, difficilmente crederai di meritare una relazione sana e stabile. Quella vocina nella tua testa continuerà a sussurrarti che sei fortunato se qualcuno ti considera, anche se quel qualcuno ti tratta come l’ultima ruota del carro.
I vuoti emotivi che si creano quando abbiamo genitori assenti, critici, controllanti o imprevedibili non si riempiono magicamente quando compiamo diciotto anni. Anzi, spesso guidano le nostre scelte relazionali in modi di cui non siamo nemmeno consapevoli. È come avere un GPS difettoso che continua a mandarti nella direzione sbagliata, ma tu lo segui comunque perché è l’unico che hai.
Secondo quanto riportano gli esperti di psicologia clinica, chi è cresciuto con un genitore rigido e controllante spesso si ritrova inspiegabilmente attratto da partner con caratteristiche simili. Non perché quel tipo di dinamica sia piacevole – è oggettivamente una rottura – ma perché è familiare. E il cervello interpreta “familiare” come “sicuro”, anche quando la realtà è tutt’altro.
Il lato chimico del casino: quando il cervello ti tradisce
Ora, aggiungiamo anche una bella dose di biochimica a questo casino già abbastanza complicato. Le relazioni instabili, con i loro drammatici alti e bassi, creano delle vere e proprie montagne russe ormonali nel tuo cervello. Quando il partner distante improvvisamente si riavvicina, quando dopo giorni di silenzio finalmente ti scrive quel messaggio che aspettavi, il tuo cervello viene letteralmente inondato di dopamina e ossitocina – gli stessi neurotrasmettitori coinvolti nelle dipendenze.
Questo ciclo di allontanamento e riavvicinamento funziona esattamente come una slot machine. Non sai mai quando arriverà la “ricompensa” – cioè l’affetto del partner – e proprio questa imprevedibilità rende l’esperienza incredibilmente potente dal punto di vista emotivo. È lo stesso principio per cui la gente continua a mettere monetine nelle macchinette anche quando sta perdendo tutto: ogni tanto arriva un premio, e quel premio inaspettato rilascia una scarica di dopamina che ti tiene agganciato.
Il problema è che mentre con le slot machine al massimo perdi dei soldi, con le relazioni ci metti in gioco la tua salute mentale ed emotiva. Ma il cervello, quella meravigliosa macchina imperfetta, non fa sempre distinzioni così sottili.
Dall’angelo al demonio in tre secondi netti
Un altro pattern tipico nelle relazioni complicate è il ciclo di idealizzazione e svalutazione. All’inizio tutto è perfetto: quella persona sembra uscita da un film, la relazione è destinata a durare per sempre, ogni piccolo gesto viene caricato di un significato romantico estremo. È la fase della luna di miele moltiplicata per mille.
Poi, inevitabilmente, arriva il crollo. La persona idealizzata mostra di essere umana – shock! – con difetti, limiti e giornate no. E improvvisamente quel castello di perfezione crolla come un soufflé mal riuscito. Inizia la fase di svalutazione: gli stessi comportamenti che prima ti sembravano adorabili ora diventano insopportabili. Il modo in cui ride? Irritante. Il suo hobby preferito? Una perdita di tempo. La sua famiglia? Insopportabile.
Questo ciclo può ripetersi all’infinito, creando quello che gli psicologi chiamano una relazione “tormentata”. È particolarmente comune in chi ha sviluppato uno stile di attaccamento ansioso-ambivalente durante l’infanzia, dove l’amore dei genitori era presente ma incoerente. Risultato? Una profonda incertezza sulla propria amabilità e sull’affidabilità degli altri che si trascina fino all’età adulta.
Ma si può uscirne o siamo condannati?
Ok, fin qui abbiamo dipinto un quadro piuttosto deprimente. Sembra quasi che siamo tutti programmati a rovinarci la vita sentimentale basandoci su cosa è successo quando avevamo tre anni. Ma ecco la parte bella, quella che fa venire voglia di continuare a leggere: questi pattern non sono incisi nella pietra con lo scalpello. Il cervello ha questa fantastica caratteristica chiamata neuroplasticità, che in parole povere significa che può cambiare, adattarsi, imparare cose nuove.
Puoi letteralmente ricablare le tue risposte emotive e i tuoi modelli relazionali. Non succede in una settimana, non basta leggere un articolo o guardare un video motivazionale su YouTube, ma è assolutamente possibile. La terapia – in particolare approcci come la Schema Therapy sviluppata da Young o la terapia focalizzata sull’attaccamento – può aiutare a identificare questi pattern inconsci e a sviluppare modalità relazionali più sane.
Il primo passo, però, è la consapevolezza. Devi riconoscere che c’è un pattern, che non è casuale il fatto che tutte le tue relazioni seguano più o meno lo stesso copione disastroso, e che questo ha radici nella tua storia personale. Non è colpa tua nel senso che hai fatto qualcosa di sbagliato, ma è tua responsabilità decidere se vuoi continuare a seguire quel copione o se è ora di scriverne uno nuovo.
Gli esperti di psicologia relazionale suggeriscono una strategia interessante: scegliere consapevolmente partner che attivano i tuoi schemi solo in modo “lieve”. Cosa significa? Invece di buttarti a capofitto nella solita relazione caótica che ti fa sentire vivo ma ti distrugge, prova a frequentare persone che ti danno l’opportunità di sperimentare dinamiche diverse e più sane. All’inizio potrebbero sembrarti meno eccitanti o addirittura noiose, ma è solo perché non corrispondono al modello a cui sei abituato.
Stabile non vuol dire morto di noia
Uno degli ostacoli più grandi nel passaggio da relazioni caotiche a relazioni stabili è questa idea radicata che stabilità uguale noia. Ma questa è un’illusione, una fake news che il tuo cervello si racconta basandosi sulla tua storia. Ciò che percepisci come “noioso” è semplicemente “sconosciuto”, perché non corrisponde al modello relazionale che hai interiorizzato.
Se per te l’amore è sempre stato sinonimo di lotta, di conquista, di montagne russe emotive, una relazione dove ti svegli la mattina e sai che quella persona sarà ancora lì, felice di vederti, senza drammi o giochi psicologici, può sembrare strana. Troppo facile. Troppo semplice. Ma non è che sia noiosa in sé: è solo che il tuo sistema emotivo non è abituato a interpretarla come “amore vero”.
Con il tempo e l’esperienza – e spesso con l’aiuto di un terapeuta qualificato – è possibile rieducare il tuo sistema emotivo a riconoscere la stabilità come sicurezza piuttosto che come noia. L’affetto costante diventa amore vero, non qualcosa di “troppo facile” per avere valore. È un processo di disimparare vecchie lezioni sbagliate e impararne di nuove, più funzionali e meno dannose.
La verità scomoda: non è colpa tua, ma è responsabilità tua
Ricapitoliamo, perché vale la pena essere chiari su questo punto. L’attrazione per relazioni complicate e instabili non è un difetto di carattere. Non sei debole, non sei stupido, non stai cercando consapevolmente di farti del male. È il risultato di apprendimenti precoci, di bisogni emotivi non soddisfatti quando eri troppo piccolo per fare qualcosa al riguardo, e di modelli relazionali che si sono installati nel tuo cervello senza che tu avessi voce in capitolo.
Ma – e questo è un ma grande come una casa – c’è una differenza cruciale tra colpa e responsabilità. Non è colpa tua se ti hanno insegnato a camminare su un terreno minato emotivo, ma è tua responsabilità decidere se vuoi continuare a farlo o se vuoi imparare a camminare su un terreno più solido. Nessuno verrà a salvarti. Nessun partner perfetto risolverà magicamente i tuoi problemi. Il lavoro lo devi fare tu.
Riconoscere questi pattern è il primo passo fondamentale verso il cambiamento. Poi viene il lavoro vero, quello che richiede tempo, impegno e probabilmente l’aiuto di un professionista. Non succede dall’oggi al domani. Ci saranno ricadute, momenti in cui ti ritroverai di nuovo attratto dal solito tipo sbagliato, giorni in cui la persona stabile che stai frequentando ti sembrerà mortalmente noiosa e ti verrà voglia di mollare tutto per tornare al drama familiare.
Ma con consapevolezza, lavoro terapeutico e la volontà di tollerare il disagio iniziale di modalità relazionali nuove e più sane, è possibile riscrivere il proprio copione. Non è un percorso lineare, e sicuramente non è una passeggiata, ma è assolutamente fattibile. Migliaia di persone l’hanno fatto prima di te, e altrettante lo stanno facendo proprio adesso.
Meritare una relazione stabile, sicura e reciprocamente nutriente non è un privilegio riservato a pochi fortunati che hanno avuto la genetica o la famiglia giusta. È un diritto di tutti, te compreso. E se il tuo passato ti ha insegnato il contrario, se ti ha convinto che l’amore debba necessariamente fare male per essere reale, forse è arrivato il momento di disimparare quella lezione tossica e scriverne una nuova. Una che sia più gentile con te stesso, con il tuo cuore, e con la persona che potresti diventare se solo ti dessi il permesso di smettere di soffrire.
Perché sì, l’amore può essere anche tranquillo, stabile e privo di drammi. E no, questo non lo rende meno reale o meno valido. Lo rende solo più sano. E dopo tutti i giri sulle montagne russe emotive, forse è proprio quello di cui hai bisogno.
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